La Storia della Bimota: L’Eccellenza Artigianale delle Moto Italiane
Buongiorno Riders e appassionati! Questo è il mio 100° articolo. Ancora non riesco a credere che sia vero, 100 articoli. Non so esattamente cosa dire, perciò vi anticipo che le belle parole me le terrò per giugno, quando il blog compierà cinque anni. Per il momento voglio regalarvi questo articolo, parlando di un marchio italiano che merita di essere menzionato e conosciuto, ovvero Bimota.
Bimota è un marchio leggendario nel panorama motociclistico italiano, conosciuto per la sua dedizione all’innovazione, alla qualità artigianale e alle prestazioni estreme. Fondata nel 1966 a Rimini, Bimota ha saputo ritagliarsi un posto d’onore tra i costruttori di moto di alta gamma, grazie a telai all’avanguardia e soluzioni ingegneristiche d’eccellenza.
Le Origini e il Nome
L’azienda nacque dalla passione di tre amici: Valerio Bianchi, Giuseppe Morri e Massimo Tamburini. Il nome "Bimota" derivava dalle prime due lettere dei cognomi dei fondatori: Bianchi, Morri e Tamburini. Il primo focus dell’azienda fu la produzione di telai avanzati per migliorare le prestazioni delle moto giapponesi, che all’epoca avevano motori potenti ma ciclistiche poco raffinate. La loro filosofia di creazione divenne celebre negli anni tanto che i nomi delle loro motociclette descrivevano tale modus operandi; la prima lettera indicava il costruttore di provenienza (H, Y, S, K, B, D), la seconda il telaio Bimota e di fatti era sempre B la seconda lettera. Il terzo elemento era infine la numerazione progressiva, da 1 in poi.
Gli Anni '70: I Primi Successi
Le prime realizzazioni di Bimota furono telai artigianali progettati per ospitare motori provenienti da case come Honda, Kawasaki e Suzuki. Uno dei primi modelli iconici fu la Bimota HB1, equipaggiata con un motore Honda 750 Four, seguita dalla SB2 con motore Suzuki, che dimostrava già l’attenzione per la leggerezza e la precisione costruttiva. I primi anni furono caratterizzati da molti alti e bassi; da un lato la creazione di modelli molto sofisticati, dall'altra il poco interesse del pubblico visti anche i prezzi alle stelle, così la casa riminese spostò l'attenzione sulle competizioni mondiali.
Sul finire degli anni '70 Bimota iniziò a farsi conoscere a livello internazionale grazie a modelli a dir poco funzionali, come le YB2 e YB3 da competizione. Quest'ultime ottennero diversi successi e nel 1980 la magia si compì; il sudafricano Jon Ekerold, a bordo della 350 motorizzata Yamaha vinse il titolo mondiale.
Da quel momento la fama della casa emiliana crebbe e da modelli di produzione iconici, ecco che ci si preparava a riscrivere la storia. Siamo negli anni '80 inoltrati, nel pieno dell'ascesa delle cosiddette Superbike o Formula TT Bikes. In quel bel periodo molti costruttori creavano le loro belve su due ruote e la Bimota non si tirò indietro. Dalle loro menti brillanti nacque la YB4 750, con il motore della FZR, che vinse il Campionato del Mondo TT-F1 nel 1987 con Virginio Ferrari. Questo fu un periodo di grande sviluppo tecnologico, con l’adozione di materiali innovativi come l’alluminio e il carbonio nei telai. Quella stessa moto venne impiegata poi nel mondiale SBK nascente e arrivò ad ambire al titolo mondiale, portandosi a casa 10 vittorie e 21 podi tra il 1988 e il 1991.
Gli Anni '90: Innovazione e Difficoltà
Gli anni '90 videro la nascita di alcune delle moto più avanzate mai prodotte da Bimota, come la Tesi 1D, caratterizzata dal rivoluzionario sistema di sterzo con forcellone anteriore.
L'azienda riminese "uscì dal seminato", producendo motociclette non più destinate alle carriere mondiali e con filosofie completamente differenti; modelli come la 500 V-due, la Tesi 1D e altre ancora. La produzione di moto con motore nipponico continuava fortunatamente e moto come la SB6 ed SB7 o la ancor più celebre YB9 600 furono il fulcro di un periodo di sperimentazioni e prestigiose conferme.
Gli Anni 2000 e la Rinascita
Gli anni 2000 iniziarono al meglio: dopo anni di silenzio la Bimota si ripresentò sulle scene mondiali con la SB8 guidata da un certo Anthony Gobert e alla gara d'esordio il pilota australiano vinse contro ogni pronostico. Dopo quel fulmine a ciel sereno però la squadra ritirò la moto e non ritornò più a causa di mancanza di fondi. Gli anni 2000 vedranno in produzione quasi solo motociclette motorizzate Ducati.
Sfruttando la piattaforma del Monster 1000 e 1100, oltre che quella della 1098R arriveranno modelli importanti come la DB7 o la DB3 Mantra.
Dopo alcune difficoltà economiche, Bimota attraversò diversi passaggi di proprietà che svariate volte fecero arrivare la casa riminese sull'orlo del fallimento. Tuttavia, il marchio non perse mai il suo prestigio e nel 2019 fu acquisito da Kawasaki, che contribuì a rilanciare la casa riminese con nuovi modelli come la Tesi H2, che unisce il telaio avveniristico di Bimota con il potente motore sovralimentato della Kawasaki Ninja H2. La produzione si è espansa fino ad ora con i modelli KB4, Tesi H2 Carbon, Tera H2 e la splendida KB998 Rimini. Quest'ultima, a distanza di anni dall'ultima apparizione nelle scene mondiali, torna a gareggiare con un team tutto suo e con l'appoggio di Kawasaki Racing.
Conclusione
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| 500 V due |
Nonostante le sfide affrontate nel corso dei decenni, il marchio continua a rappresentare un simbolo di esclusività e ingegneria di alto livello nel mondo delle due ruote. Con il supporto di Kawasaki, il futuro di Bimota sembra più brillante che mai, pronto a scrivere nuovi capitoli nella storia delle motociclette di alta gamma.
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| DB7 |
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| DB3 Mantra |
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| DB2 900 |










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